Coronavirus e imballaggi


Il Covid 19 colpisce tutto il pianeta e non conosce confini. Spetta solo agli uomini farli rispettare e non solo quelli geografici, ma anche quelli che, in tempi normali, chiameremmo i confini della decenza.

È recente una notizia secondo la quale l’imballaggio cellulosico avrebbe capacità di “annientamento” del coronavirus assai superiori a quelle dell’imballaggio in plastica. La notizia, ovviamente, viene dal mondo del cartone… e tanto basta.

È altrettanto recente l’informazione secondo la quale sarebbe in atto una “cordata” in controtendenza rispetto agli orientamenti ormai assunti a livello europeo, per riportare agli antichi splendori l’imballaggio monouso; la ragione sarebbe che una volta usato lo si getta. È la stessa che ne ha decretato il superamento, ma che ora viene illuminata positivamente: gettandolo non consentirebbe la trasmissione di contagio.

Stiamo aspettando altri esempi che, provenendo dal mondo del mercato/consumo, facciano così basso appello alla nostra ansiosa attesa di un esorcismo che metta in fuga questo nuovo mostro che ci ha aggredito.

L’ansia è tale che ci ha fatto dimenticare anche ciò che molti, purtroppo, hanno cercato di non vedere fino a pochissimo tempo fa: già prima del coronavirus il nostro pianeta è stato pesantemente aggredito da un virus e quel virus siamo noi.

Con una rapidità eccezionale rispetto alla lunga storia della Terra abbiamo colonizzato il pianeta, l’abbiamo trasformato, coperto di strade e ferrovie, sorvolato in lungo e in largo con i nostri aerei, abbiamo succhiato sotto il suolo le sue risorse nascoste, abbiamo perfino alterato le sue caratteristiche fisiche, portandolo alla febbre del riscaldamento globale. E tutto ciò in un battito di ciglia rispetto ai milioni di anni del pianeta.

Ora i frutti del nostro progresso fanno viaggiare il Coronavirus e poche ore d’aereo bastano per portarlo dall’Asia all’Europa, all’America e all’Africa e noi, che abbiamo fatto i grattacieli, la grande muraglia e la torre Eiffel, siamo terrorizzati da un invisibile microscopico virus vorace.

Ma torniamo agli imballaggi. Se usciremo da questa parentesi nera, ancora una volta saranno il mercato e il consumo a governare la nostra esistenza e l’imballaggio ne sarà la catena di trasmissione: un prodotto non prodotto, che accompagna i beni senza essere tale ma senza il quale il consumo si fermerebbe. Il problema resta sempre lo stesso: come disfarsene. Una volta messa in bocca la caramella, che ne faccio della carta?

Un treno trasporta in tanti vagoni una moltitudine di persone e nessuno si sogna di disfarsi delle carrozze dopo che i passeggeri saranno scesi. Perché non fare così anche degli imballaggi? Nessuno si sognerebbe di trasformare i vagoni, al loro arrivo, in putrelle o scatole di fagioli esibendo, per di più, l’orgoglio di averli riciclati. Non così per l’imballaggio, benché nella graduatoria normativa il riutilizzo sia posto al vertice, prima del riciclaggio.

Basti pensare, per esempio, che il riciclaggio della carta prevede un passaggio di pulperizzazione, alla fine del quale si ottiene una zuppa con il 4% circa di carta macerata e il 96% di acqua. E poi ancora acqua per togliere tutte le impurità, come i punti metallici, i nastri adesivi, le vernici, le colle… Quanta acqua richiede questo riciclaggio? Non dobbiamo certo pensare a quanta parte di mondo soffra di siccità, perché quella non avrebbe neppure le risorse energetiche necessarie a questo processo e, soprattutto, perché ci condurrebbe a ragionare intorno all’iniquità nella spartizione dei beni e delle risorse che caratterizza il nostro quotidiano. Ci basti pensare a quante tonnellate di carta vengono raccolte in Italia in un anno (oltre 3 milioni dice COMIECO) dai rifiuti domestici, cui bisogna aggiungere una quantità superiore raccolta dai privati. Ipotizziamo un totale di 6 milioni di tonnellate, che ci aiuta a fare il conto tondo: 6 tonnellate di macero richiedono 145 milioni di tonnellate di acqua. Vuol dire che per poco più di un minuto e mezzo l’intero Po si prosciuga.

Solo nell’ortofrutta, con la cassa in plastica riutilizzabile (40×60 in varie altezze), per un circuito di circa 3.000.000 di giri di andata e ritorno, avremmo la produzione di circa 350 kg di rifiuto di imballaggio all’anno. Fossero impiegate casse di cartone uguali avremmo la produzione di ca 3000 tonnellate di rifiuto; solo per citare uno dei casi più comuni nel circuito di distribuzione/commercio. Ed entrambi i rifiuti sarebbero riciclabili.

Questo per la carta, che è forse il più antico e usato dei materiali di imballaggio d’oggi. Analogie con altri materiali possono essere facilmente ricercate.

Perché non il riuso?

Gianni Marella

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